TFA: cos’è e perché non è soltanto un PFAS

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Negli ultimi anni il TFA – acido trifluoroacetico – è passato rapidamente da sostanza conosciuta soprattutto dagli specialisti a uno dei contaminanti emergenti più discussi nel settore delle acque.

Spesso viene presentato semplicemente come ‘un PFAS a catena ultracorta’. La definizione non è sbagliata, ma è incompleta.

Il TFA ha infatti caratteristiche che lo distinguono profondamente dai PFAS più conosciuti, come PFOA, PFOS, PFNA o PFHxS: è estremamente piccolo, molto solubile in acqua, altamente mobile, scarsamente bioaccumulabile e può rappresentare il prodotto finale di degradazione di numerosi composti fluorurati appartenenti a settori molto diversi.

Dire che il TFA è un PFAS è corretto. Trattarlo semplicemente come ‘uno dei tanti PFAS’ è invece riduttivo.

Che cos’è il TFA?

Il TFA è l’acido trifluoroacetico, formula CF₃COOH, CAS 76-05-1. Può essere considerato il più semplice degli acidi carbossilici perfluorurati.

La sua struttura contiene un gruppo –CF₃, nel quale il carbonio è completamente fluorurato. È proprio questa caratteristica strutturale a farlo rientrare nella moderna definizione OECD dei PFAS del 2021.

Quindi, dal punto di vista della definizione strutturale, il TFA è un PFAS. Ma una definizione chimica non significa che tutte le sostanze appartenenti alla stessa famiglia debbano avere identico comportamento ambientale, tossicologico, analitico o normativo.

Perché il TFA è diverso dai PFAS ‘classici’?

Quando si parla di PFAS si pensa normalmente a molecole come PFOA, PFOS, PFNA, PFHxS, PFHxA o PFBA. Il TFA si colloca quasi all’estremo opposto della famiglia per dimensione molecolare: è un PFAS ultracorto.

Questa caratteristica cambia radicalmente il suo comportamento. Il TFA è:

  • estremamente polare;
  • molto solubile in acqua;
  • altamente mobile;
  • scarsamente trattenuto da terreni e sedimenti;
  • difficilmente rimosso con molti trattamenti efficaci sui PFAS a catena più lunga;
  • molto persistente nell’ambiente.

Le valutazioni EFSA del 2026 evidenziano inoltre un basso potenziale di bioaccumulo. Per il TFA, quindi, il problema ambientale è legato soprattutto alla combinazione persistenza + mobilità + diffusione nel ciclo dell’acqua.

Il TFA è anche il punto di arrivo di molti composti fluorurati

Questo è probabilmente l’aspetto più importante da comprendere.

Il TFA non deve essere considerato esclusivamente come una sostanza emessa direttamente nell’ambiente. Può essere anche un prodotto terminale di degradazione.

EFSA indica che il TFA può formarsi dalla degradazione di diverse sostanze, tra cui:

  • HCFC e HFC;
  • alcuni refrigeranti fluorurati;
  • farmaci;
  • alcuni principi attivi utilizzati nei prodotti fitosanitari;
  • PFAS e altri precursori fluorurati.

Questo significa che una concentrazione di TFA rilevata in una falda non implica automaticamente un uso o uno scarico diretto di acido trifluoroacetico. Potrebbe rappresentare il risultato finale della trasformazione ambientale di sostanze completamente diverse.

Un solo TFA, molte possibili sorgenti

Per questo la ricerca delle sorgenti può essere molto più complessa rispetto ad altri contaminanti.

Il percorso può essere, ad esempio:

prodotto fitosanitario fluorurato → degradazione → TFA

oppure:

refrigerante → trasformazioni atmosferiche → TFA → precipitazioni → suolo → acqua

oppure ancora:

attività industriale o farmaceutica → emissione diretta o degradazione → TFA.

Le linee guida della Commissione europea del 2024 citano espressamente tra le possibili fonti nelle acque grezze pesticidi, refrigeranti, acque reflue e contaminazione industriale.

Il TFA non fa parte della ‘Somma di PFAS’ dei 20 composti della direttiva europea

Questo è un punto che genera spesso confusione.

La Direttiva (UE) 2020/2184 definisce il parametro ‘Somma di PFAS’ come la somma di 20 sostanze specificamente individuate. Il TFA non rientra in quell’elenco di 20 composti.

Quindi:

TFA = PFAS secondo la definizione strutturale OECD

ma:

TFA ≠ componente della ‘Somma di PFAS’ dei 20 composti prevista dalla direttiva europea.

È una distinzione essenziale quando si leggono rapporti di prova, specifiche e requisiti normativi.

E il parametro ‘PFAS Total’?

La questione diventa ancora più interessante con il parametro europeo PFAS Total, definito come la totalità delle sostanze per- e polifluoroalchiliche.

Le linee guida tecniche della Commissione europea del 2024 ricordano che la definizione OECD è stata aggiornata nel 2021 e oggi comprende anche il TFA. Per questo raccomandano, nell’ambito del monitoraggio di PFAS Total, di determinare separatamente il TFA con un metodo target e di riportare separatamente PFAS Total, TFA e PFAS Total meno TFA.

Questo passaggio dimostra bene perché il TFA rappresenti un caso particolare anche dal punto di vista analitico.

Anche analiticamente il TFA è un caso particolare

Le procedure LC-MS/MS normalmente impiegate per i PFAS convenzionali non sono automaticamente adatte al TFA.

La ragione è nelle sue proprietà: molecola molto piccola, elevata polarità, estrema mobilità e comportamento cromatografico diverso.

Le linee guida europee evidenziano che i metodi proxy per PFAS Total non sono stati completamente validati per PFAS ultracorti come il TFA e raccomandano una determinazione target specifica.

Per questo non è sufficiente aggiungere ‘TFA’ alla lista di una metodica PFAS esistente e presumere che le prestazioni siano equivalenti. Il laboratorio deve verificare almeno:

  • selettività;
  • effetto matrice;
  • recupero;
  • linearità;
  • LOQ;
  • ripetibilità e precisione intermedia;
  • accuratezza;
  • stabilità degli standard;
  • eventuali contaminazioni;
  • incertezza di misura.

In Italia il TFA è diventato un parametro autonomo

Il D.Lgs. 19 giugno 2025 n. 102, che modifica il D.Lgs. 18/2023 sulle acque destinate al consumo umano, ha introdotto espressamente l’acido trifluoroacetico – TFA come parametro specifico con valore pari a 10 µg/L, con applicazione dei relativi controlli dal 2027.

Questa scelta è significativa: il TFA non viene semplicemente assorbito dentro una generica somma di PFAS, ma viene trattato come parametro autonomo.

DN Consulenze ha già approfondito le modifiche introdotte dal decreto nell’articolo D.Lgs. 102/2025: PFAS, TFA e scadenze per i laboratori di analisi delle acque.

Attenzione: 10 µg/L non è il limite della ‘Somma PFAS’

Le unità mostrano immediatamente quanto il problema sia diverso.

10 µg/L = 10.000 ng/L.

Questo valore non deve essere confuso con i valori previsti per le somme di altri PFAS. Sono parametri distinti, costruiti su basi differenti.

Cosa sappiamo oggi sulla tossicologia del TFA?

Nel 2026 EFSA ha pubblicato una nuova valutazione specifica sul TFA. Sulla base delle evidenze disponibili, il gruppo di lavoro ha concluso che TFA e trifluoroacetato di sodio sono improbabili come genotossici e ha definito:

  • ADI = 0,014 mg/kg peso corporeo/giorno;
  • ARfD = 0,07 mg/kg peso corporeo.

L’ADI è stata derivata considerando come effetto critico variazioni degli ormoni tiroidei osservate negli studi disponibili e applicando fattori di incertezza anche per le lacune residue nel quadro tossicologico.

Parallelamente, nel giugno 2026 il Comitato RAC dell’ECHA ha adottato la propria opinione nell’ambito della procedura di classificazione armonizzata. Il dossier comprende proposte relative a tossicità riproduttiva e alle proprietà PMT/vPvM. È importante distinguere questa fase regolatoria dalla classificazione armonizzata definitiva: l’eventuale aggiornamento giuridicamente vincolante passa attraverso il successivo iter del regolamento CLP.

Il vero problema ambientale: il TFA segue il ciclo dell’acqua

Dal punto di vista ambientale il TFA presenta una combinazione particolarmente delicata:

persistenza + elevata solubilità + elevata mobilità.

Una volta formato tende a seguire il ciclo dell’acqua e può raggiungere acque superficiali e sotterranee. Inoltre molti trattamenti tradizionalmente efficaci sui PFAS a catena più lunga risultano meno efficaci sui PFAS ultracorti.

Per il TFA la strategia ambientale non può quindi limitarsi a:

‘lo troviamo e poi lo rimuoviamo’.

Diventa sempre più importante comprendere quali sostanze e attività lo generano a monte.

Perché il laboratorio dovrebbe trattarlo come un parametro a sé

Da un punto di vista operativo, considerare il TFA semplicemente come ‘il ventunesimo PFAS’ può portare a errori concettuali e analitici.

Il laboratorio dovrebbe invece distinguere:

  • identità: acido trifluoroacetico;
  • classificazione chimica: PFAS ultracorto secondo OECD;
  • origine: emissione diretta o degradazione di numerosi precursori;
  • comportamento ambientale: estremamente mobile e persistente;
  • comportamento analitico: diverso dai PFAS convenzionali;
  • inquadramento normativo: parametro specifico nelle acque potabili italiane.

Quindi: il TFA è o non è un PFAS?

La risposta corretta è:

Sì, il TFA è un PFAS secondo la definizione strutturale OECD del 2021.

Ma la risposta scientificamente più utile è:

il TFA non dovrebbe essere trattato semplicemente come ‘uno dei PFAS’.

È un PFAS ultracorto, ma contemporaneamente è una sostanza con proprietà specifiche, un prodotto terminale di degradazione di numerosi composti fluorurati, un contaminante estremamente mobile, un parametro analiticamente complesso e un parametro autonomo della normativa italiana sulle acque destinate al consumo umano.

La classificazione come PFAS ci dice a quale universo chimico appartiene. Non ci dice, da sola, come dobbiamo cercarlo, interpretarlo e gestirlo.

Riferimenti principali

TFA, PFAS e contaminanti emergenti

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Immagine: Julia Koblitz / Unsplash.

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